E’ appena uscito un volume che sembra estremamente interessante, curato da Massimiano Bucchi e Andrea Bonaccorsi: “Trasformare conoscenza, trasferire tecnologia. Dizionario critico delle scienze sociali sulla valorizzazione della conoscenza”. Lo presenta Massimiano Bucchi (che incontrai a un corso del CNR e che mi sembrò preparatissimo e interessantissimo) sul Nova del Sole 24 Ore e sul suo blog. Il tema che tratta mi sembra utile per chi come me lavora in un ente di ricerca: la valorizzazione della conoscenza. Soprattutto mi colpisce l’ultimo paragrafo dell’articolo del blog:
Per giungere alla provocatoria conclusione che l’espressione stessa “trasferimento tecnologico” andrebbe forse abbandonata e sostituita con quella, più ricca e problematica, di “trasformazione produttiva della conoscenza”.
E’ bella questa definizione di trasformazione produttiva della conoscenza, che mi sembra mettere in gioco tutte le parti in causa. Troppo spesso il trasferimento tecnologico diventa banalmente da parte di un’azienda l’acquisto di un “prodotto”. Mentre trasferire conoscenza richiede forse più fatica, ma permette sicuramente una crescita più duratura per tutti, aziende, enti di ricerca e anche la nostra nazione.

Una storia e un’analisi dei colori delle maglie delle squadre di calcio. Ecco in estrema sintesi il contenuto di “Tutti i Colori del Calcio” di Sergio Salvi e Alessandro Savorelli (Le Lettere, Firenze, 2008), un volume che da studioso di luce, colore e visione e da appassionato di calcio non potevo non acquistare. E non rimpiango la spesa, dato che il libro è molto ben documentato, ma si lascia anche leggere volentieri grazie agli aneddoti e alle curiosità che presenta. L’idea di base degli autori è che le maglie di calcio siano i diretti successori degli stemmi araldici. Citano a questo proposito Desmond Morris, secondo cui nel calcio “si è formato un codice universale di riconoscimento visivo, che ha restituito al colore la funzione predominante che godeva nell’antica araldica”. L’analisi dell’origine delle maglie fa svanire (giustamente) le strane origini che attribuivano i colori di molte maglie a errati lavaggi e curiose ricombinazioni di colori. Ad esempio le maglie viola della Fiorentina sarebbero nate da un lavaggio estremamente vigoroso delle vecchie divise bianco rosse. Per attenuare l’inverosimiglianza della storia alcuni sostengono che assieme alle maglie fossero mescolati degli indumenti blu di allenamento, e questo abbia condotto al viola. In realtà la ragione principale sta nel desiderio della nostra città di essere come sempre originale e creativa, utilizzando uno dei colori più rari nello sport. Oltre alle maglie gli autori dedicano attenzione anche agli stemmi (ricordando con giusta riprovazione alcuni curiosi marchi degli anni 80, come quello enorme che campeggiava sulle maglie viola quando ci si avvicinò assai allo scudetto) e ai soprannomi delle squadre. Insomma un testo realmente ben fatto e godibile, su un tema che, come avevo già segnalato, è molto sentito.




