Archive for March, 2011

Il nuovo 3D senza occhiali di Nintendo

Saturday, March 26th, 2011

Un interessante articolo del New York Times (ma davvero diventano a pagamento gli articoli di questo giornale sul web?) annuncia il nuovo Nintendo 3DS, il 3D senza bisogno di occhiali: da quello che si capisce il gioco invia due diverse immagini ai due occhi (userà lenti di Fresnel?). Non servono gli occhiali, ma l’esperienza 3D sarà ottima solo tenendo il gioco davanti e alla giusta distanza, immagino. Vorrei studiarlo, ma come lo spiego agli uffici amministrativi che lo compro per la ricerca? E vi immaginate i revisori dei conti che trovano l’acquisto di un gioco per bambini?

Il bello (e il brutto) della luce blu

Saturday, March 5th, 2011

Fino a pochi anni fa tutti i testi di fisiologia oculare affermavano che nell’occhio vi erano due tipi di fotorecettori, i coni e i bastoncelli. Non stupisce che abbia fatto molto rumore la scoperta, realizzata nel 2002 da Berson, Dunn e Takao, dell’esistenza di un terzo tipo di cellule retiniche che reagiscono alla luce. Un recente articolo di Nature, che qui cerco brevemente di descrivere, analizza le ultime conseguenze di questa scoperta.
I nuovi recettori retinici sono definiti “cellule gangliari intrinsecamente sensibili alla luce” (la sigla dalle iniziali inglesi è ipRGC) ed hanno alcune caratteristiche sorprendenti. In primo luogo il loro spettro di risposta è molto diverso da quello degli altri fotorecettori: la loro sensibilità massima è spostata decisamente verso il blu. Inoltre all’inizio il primo loro contributo apparve legato non alla visione, ma a quello che è chiamato ciclo circadiano, che è il caratteristico ciclo sonno-veglia. In pratica l’esposizione alla luce blu poteva cambiare il ciclo degli ormoni, cortisolo e melatonina, che sono quelli responsabili del fatto che, in condizioni normali, le nostre performance sono massime durante il giorno per poi decrescere. Questo fatto creò sin da subito interesse nell’ambiente dell’illuminotecnica, poiché si vide la possibilità di realizzare un’illuminazione che facesse stare più svegli e attenti. Le stanze dei call center e di tutti quei luoghi dove si svolgono turni notturni si riempirono così di luci azzurrate, che dovevano avere il compito di tenere desti i lavoratori. Purtroppo o per fortuna l’essere umano è animale più complesso rispetto alle galline (che trattate con questa luce producono più uova): così anche se un’esposizione di 6 ore alla luce blu conduce a migliori tempi di reazione, non bisogna mai dimenticare che per l’uomo conta anche la piacevolezza dell’ambiente lavorativo, piacevolezza che non aumenta certo in presenza di una luce azzurrata che per tutti è di tipo “ospedaliero”. Ciò non toglie che questo effetto della luce a corte lunghezze d’onda possa essere utile per trattare alcune problemi legati al sonno o alla cosiddetta SAD (Seasonal Affective Disorder), patologia che colpisce i popoli in cui la durata del giorno, per motivi geografici, è molto diversa da quella del normale ciclo circadiano.
La sensibilità delle ipRCG è per certi versi sorprendente: alcuni studi sembrano mostrare che se durante il sonno si viene esposti a luci che non svegliano e non modificano il ciclo circadiano, ciononostante l’attenzione e la memoria ne risentono. Ancor più sorprendente è il fatto, solo recentemente rivelato, che le ipRCG generano anche un segnale visivo. Ciò è strano perché la loro risposta è estremamente lenta, dato che hanno bisogno di alcuni secondi per cogliere una variazione nella luce: ciò le rende inadatte alla normale visione, ma potrebbe renderle assai utili per cogliere i fenomeni di lenta variazione, come l’arrivo del tramonto o dell’alba.
L’articolo di Nature si chiude con una nota importante da non trascurare; l’importanza che la luce blu ha per la nostra percezione visiva non deve distogliere l’attenzione dal fatto che questa luce, di corta lunghezza d’onda e quindi di elevata energia, può essere responsabile di alcune patologie oculari, una tra tutte la degenerazione maculare legata all’età. A questo proposito è importante segnalare che la sostituzione, che sta avvenendo un po’ dappertutto, delle tradizionali lampade al tungsteno, che pagano il loro enorme consumo, con innovative lampade a LED che contengono molto più luce blu, potrebbe non essere indolore. L’articolo pone una domanda rilevante, se cioè l’adozione di queste lampade possa condurre a problemi legati alla salute del sistema visivo. “Potremmo”, si chiede uno studioso, “stare avvelenando il mondo con lunghezze d’onda a cui non è abituato?”. Senza creare eccessivi allarmismi, è certo però che una risposta a questa domanda è necessaria e dovrà probabilmente passare da una migliore conoscenza del nostro sistema visivo che, come si vede, presenta ancora aspetti da approfondire e studiare.
Quali sono le conseguenze per l’optometria di questo tipo di ricerche? Il primo compito per l’optometrista potrebbe essere quello di collegare con la pratica quotidiana ricerche che appaiono, a primo impatto, estremamente teoriche. Il fatto che la luce azzurra potrebbe essere responsabile di una maggiore reattività ci deve in primo luogo ricordare che non tutte le lunghezze d’onda sono equivalenti: l’optometrista è il primo a rendersi conto che il benessere visivo di una persona non dipende esclusivamente da una pur importantissima correzione visiva; molti altri fattori possono influenzare le nostre performance visive, e la luce è certamente tra i primi. Allo stesso tempo l’optometrista può cominciare a valutare l’importanza, in determinate situazioni di illuminazioni e per determinate categorie di persone, di un filtraggio della radiazione che potrebbe avere, al contrario esiti nocivi: in questo senso il campo dell’ipovisione è quello dove questi aspetti sono più presenti.

Un soggetto esposto alla luce blu durante l'esperimento di Locley (da Nature 2011)

Un soggetto esposto alla luce blu durante l'esperimento di Locley (da Lok, C. Nature, 469, 284-285 (2011))

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